Chi - come la sottoscritta - è appassionato di storia della vite e del vino, sa bene che quando i Greci arrivarono in Italia anche con i loro vitigni (VII-VIII sec.a.C.), in aree come l’attuale Toscana non trovarono una tabula rasa*, ma un sistema di allevamento e varietà diverse dalle loro. A differenza di alcune aree che potevano essere meno sviluppate, gli Etruschi avevano già una consolidata tradizione vitivinicola.
Non solo coltivavano la vite, ma producevano e consumavano vino in quantità significative, come testimoniano i numerosi reperti archeologici (anfore, crateri, affreschi tombali raffiguranti banchetti). E sebbene i Greci portassero con sé i loro vitigni selezionati e le loro tecniche, gli Etruschi avevano sviluppato proprie metodologie e probabilmente coltivavano vitigni autoctoni, adattati ai loro territori. La loro non era un viticoltura "inferiore", ma semplicemente diversa e soprattutto ben integrata nel loro contesto agricolo e culturale. A questa passione degli Etruschi per il vino è dedicato l’omonimo libro di Carolina Megale, archeologa classica, ricercatrice e direttrice scientifica del Museo Civico Archeologico “Palazzo Bombardieri” di Rosignano Marittimo. “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre”, in italiano e in inglese e edito da Effigi Edizioni (2025), è un libro che nasce dalla mostra “Nel segno di Fufluns” ed è pensato per ricostruire attraverso i reperti archeologici la lunga storia del rapporto tra comunità antiche e viticoltura, dalla costa livornese e dalla Val di Cornia fino alla Maremma grossetana e al Lazio settentrionale.
Una domanda in particolare guida il lavoro: possono sopravvivere, “in forma vivente”, frammenti di un paesaggio agrario antico? A quanto pare sì, se si sa dove cercare, cosa e come. Le prime pagine perciò trattano due progetti di ricerca d’avanguardia, avviati oltre vent’anni fa: VINUM (2004–2006) e ArcheoVino (dal 2006 a oggi). Attraverso la mappatura delle viti selvatiche presso siti etruschi e romani e l’analisi del DNA, le ricerche hanno costruito un database genomico in aree riferibili ai territori politici di Populonia e Cerveteri, con particolare attenzione alla Valle dell’Albegna. I risultati mostrano che alcune “lambruscaie” non sono semplici viti spontanee, ma residui viventi di vigneti ancora più antichi.
Emergono anche dinamiche di circolazione varietale: vitigni come Ansonica, Sangiovese e Ciliegiolo sarebbero giunti nella Valle dell’Albegna tra VIII e VII secolo a.C. tramite reti di navigatori greci e fenici, che insieme al vino trasportavano anche materiale vegetale selezionato. Dalla ricerca alla sperimentazione: i cloni di piante antiche recuperati in Maremma sono oggi coltivati nel vigneto sperimentale etrusco-romano presso Ghiaccio Forte (Scansano), impostato secondo la tecnica dell’alberata/arbustum, con viti “maritate” ad aceri campestri.
Il volume insomma è un lungo racconto che spiega come il vino abbia accompagnato la storia dell’umanità a partire dalla Preistoria, e di come gli Etruschi abbiano scandito attraverso la cultura del vino molti momenti della loro vita quotidiana.
Spiega Carolina Megale: «Questo libro nasce come contributo non solo alla storia, ma alla grande tradizione legata al mondo del vino nella nostra penisola. Un percorso millenario che ha accompagnato il percorso della vite fino ai giorni nostri. Il vino è un patrimonio culturale italiano e questo libro è un tributo scientifico alla nostra storia perché è molto più di un prodotto agricolo: è un indicatore profondo della cultura, delle credenze, dell'economia e delle strutture sociali che hanno plasmato gli antichi popoli del Mediterraneo. Gli Etruschi, in particolare, legarono al vino molti aspetti sociali e della vita quotidiana».
Per saperne di più: Effigi Edizioni – Via Roma 14, Arcidosso (GR) – Tel. 0564 967139 – cpadver@mac.com
*Stando ai rilievi archeologici, è molto probabile che forme di viticoltura e produzione di vino fossero praticate dalle popolazioni che avrebbero formato la civiltà etrusca (e altre popolazioni italiche) in modo autoctono e continuativo per un periodo che precede l'VIII secolo a.C. - quindi prima dell'arrivo dei Greci come colonizzatori.
I Greci, tuttavia, portarono in Italia un'ulteriore evoluzione e standardizzazione della viticoltura, introducendo nuovi vitigni più produttivi, tecniche più efficienti e una mentalità commerciale orientata all'esportazione su larga scala. L’incontro tra le due culture finì per influenzare profondamente anche le pratiche locali, portando a un'ibridazione di conoscenze e alla nascita di quella che diventerà la grande viticoltura romana.