Cominciamo dalle basi: cosa s’intende per sostenibilità nel mondo del vino? Per molti è solo un altro sinonimo di bio, o comunque di qualcosa che non fa (troppo) male all’ambiente. Purtroppo il concetto è un po’ meno banale e soprattutto molto più sfaccettato.
Per quello che riguarda il vino infatti la sostenibilità si articola su 3 dimensioni: ambientale, sociale, economica. Più una quarta, pratica: trasparenza.
Ambientale: riduzione dell'impronta carbonica e idrica, tutela della biodiversità e riduzione dell’uso di fitofarmaci. Le voci che più incidono sull'impronta di carbonio (la famosa carbon foot print) sono il packaging (circa il 22%) e le pratiche in vigna (circa il 17%).
Sociale: rispetto delle condizioni di lavoro e tutela dei diritti lungo l'intera filiera: dal capo enologo all’ultimo dei lavoratori stagionali.
Economica: garanzia di una remunerazione equa che consenta la continuità dell'impresa e il sostegno dei lavoratori.
Trasparenza: la dimensione informativa che permette al consumatore di verificare quanto dichiarato attraverso l'etichetta.
E’ una discreta mole di informazioni che dovrebbe essere trasmessa facilmente a qualunque consumatore prenda in mano una bottiglia di vino che voglia essere riconosciuta come sostenibile. Dimostrare di essere un’azienda sostenibile infatti ha anche i suoi vantaggi: i consumatori sono disposti a spendere un 15% in più del prezzo medio per vini con sostenibilità certificata, quota che sale a circa il 60% tra Millennials e Generation Z.
Il problema è che, proprio il proliferare di marchi, bollini biologici o biodinamici e auto-dichiarazioni genera una notevole confusione sul mercato. Per evitare di alimentarla, molte cantine allora hanno scelto di lavorare in modo virtuoso senza mostrare certificazioni ufficiali. Un approccio che gli studi di settore hanno definito silent sustainability.
Purtroppo questo atteggiamento non aiuta i consumatori che vorrebbero identificare proprio queste aziende, distinguendole da quelle che invece fanno un semplice green marketing. Per venire incontro a questi consumatori, più attenti ed esigenti, che possono trovarsi incerti davanti ad uno scaffale, ecco una breve check list operativa (più lunga a scriverla che non ad applicarla) per aiutarli a ipotizzare il grado di sostenibilità di un vino:
Cosa guardare
Fronte dell'etichetta: Logo biologico UE, certificazioni di sistema (Demeter, Equalitas) e denominazione d'origine (DOP/IGP). Perchè: Il logo bio attesta l'assenza di pesticidi sintetici, le certificazioni valutano l'impatto di processo (energia, lavoro) e la DOP assicura la tracciabilità territoriale.
Retro-etichetta e QR code: Elenco ingredienti essenziale, indicazione delle calorie ed e-label nel QR code. Perché: Un elenco d’ ingredienti breve ("Uva, solfiti") indica minimi interventi enologici, mentre il QR code offre dettagli su riciclo ed emissioni.
Packaging e materiali: Peso della bottiglia (sotto i 450 g), etichetta ambientale e tipo di tappo. Perché: Bottiglie leggere abbattono le emissioni dei trasporti e il sughero garantisce materiale riciclabile.
Trasparenza: Dati numerici verificati, nome del produttore in chiaro e prezzo congruo. Perché: Produrre un vino davvero sostenibile richiede del lavoro e dei costi aggiuntivi che, una volta certificati, possono superare mediamente del 15% il prezzo finale della bottiglia. Ma non tanto di più. Un costo della bottiglia raddoppiato o sproporzionato senza un motivo documentato deve indurre alla cautela. Anche questa è trasparenza.