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Bianca E Il Duca

April 17, 2026 in Viaggi & Assaggi

La storia è nota: per decenni la Sicilia è stata vista dal mondo del vino italiano, specialmente quello del Nord, come un comodo serbatoio di uve da taglio e vini sfusi a cui attingere al bisogno, chi più, chi meno. Era così ancora negli anni ‘80, agli inizi dei quali però una storica azienda, la cantina Duca di Salaparuta fondata nel 1824, riuscì a imprimere una prima, significativa scossa al sonnolento panorama vitivinicolo dell’isola. Sotto la guida dell’enologo piemontese Franco Giacosa, si affacciarono sul mercato due etichette, per l’epoca, dirompenti: il Duca Enrico e il Bianca di Valguarnera.

Il primo, creato nel 1984, fu una vera rivoluzione: fu il primo Nero d’Avola in purezza pensato per competere con i grandi rossi mondiali. All'epoca questa varietà era usata quasi solo per dare colore e corpo ad altri vini. Giacosa dimostrò invece che, attraverso la coltivazione ad alberello e un lungo affinamento in grandi botti di rovere, il Nero d’Avola poteva esprimere un’eleganza e una longevità senza precedenti. Tempo pochi anni, e la storia si ripetè con il Bianca di Valguarnera, il cui obiettivo era dimostrare che anche i bianchi siciliani possono sfidare il tempo. Questa volta il vitigno protagonista fu un altro autoctono, l’Insolia (o Inzolia, o Ansonica), coltivata nell’areale di Salemi. La novità fece ancora più clamore: al tempo i bianchi siciliani erano considerati – e trattati – come prodotti semplici e di pronta beva, mentre il Bianca andava in tutt’altra direzione, perché veniva fermentato e affinato in barrique di rovere francese, con batonnage (contatto prolungato con i lieviti) che gli conferiva struttura, complessità e capacità di invecchiamento. Insieme, il Duca Enrico e il Bianca di Valguarnera dimostrarono che un’altra Sicilia del vino non solo era possibile, ma era già lì, a reclamare il suo spazio sulla scena mondiale.

Dopo oltre 40 anni questi due vini continuano a essere tra i più rappresentativi dell’azienda, ma non sono rimasti fermi. Per quanto sempre godibili nel loro stile originario, oggi rispecchiano i tempi: pur mantenendo la sua identità di Nero d’Avola d’eccellenza, per esempio, il Duca Enrico di oggi (annata 2022) sta guadagnando in leggerezza grazie ad un gioco di affinamento in legno meno insistito, che lo rende più affilato al palato.

Più evidente il cambio di passo del Bianca di Valguarnera. Mentre l'annata 2021 segue ancora una linea tradizionale con fermentazione e affinamento in barrique – che si traduce in un vino sempre molto piacevole, largo, rotondo, con molta frutta tropicale al naso venata da un sottile sentore di idrocarburo – la 2024 cambia veste. Già dal campione di vasca si capisce che c’è qualcosa di nuovo e di diverso, il bicchiere esprime erbe officinali, ha una alcolicità più contenuta (12,5 gradi contro il 13.5 del campione precedente) e soprattutto una marcata verticalità. Cosa è cambiato? L’affinamento: il direttore Roberto Magnisi ha deciso di affiancare alle barrique anche un po’ di anfore. Non per la solita questione delle mode, ma per rispondere ad una precisa esigenza del bere di oggi, che cerca freschezza e immediatezza, pur senza sacrificare la struttura del vino.

Così facendo, si chiude il cerchio: Bianca e il Duca, due vini innovativi ieri, oggi continuano a parlare un linguaggio contemporaneo, dimostrando di saper testimoniare la storia senza per questo diventare degli immobili monumenti.

Tags: Duca di Salaparuta, Roberto Magnisi, Franco Giacosa, Vinitaly 2026, Nero d'Avola
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