C’è chi la studia e la usa già da tempo, chi ne è incuriosito, chi ne diffida, chi non ne vuole nemmeno sentir parlare. Per limitarsi al solo mondo del vino, le reazioni che l’argomento “intelligenza artificiale” (variamente e ampiamente intesa) suscita tra la gente, sono le più varie, e lo si è visto anche nell’ultima edizione di Wine2Wine. Il focus sull’AI era infatti uno dei main topics di questo tradizionale appuntamento dedicato al confronto con esperti internazionali e agli aggiornamenti professionali e di mercato, organizzato da ormai una decina d’anni presso VeronaFiere. Quest’anno poi la nuova formula, che ha dato largo spazio (fisico e temporale) al networking personale, ha dato anche maggior possibilità di approfondimento a chi voleva saperne di più.
Le applicazioni dell’Artificial Intelligence nella quotidianità di un’azienda vinicola, o anche solo di un professionista del settore, sono limitate, come direbbe un diffuso claim pubblicitario, “solo dalla tua fantasia” (e dalle leggi sulla privacy, magari). Gli ambiti di applicazione sono davvero numerosi, il lavoro che gli si potrebbe delegare è tanto, quindi varrebbe la pena approfondire l’argomento.
Perché i cambiamenti avvengono anche se non siamo d’accordo con essi.
Una delle testimonianze più efficaci in questo senso è arrivata da Justin Noland, Vice Presidente della Digital Experience per Treasury Americas presso Treasury Wine Estates, leader globale nel settore del vino. “L’e-commerce rappresenta una opportunità enorme - ha detto durante il suo intervento - Bisogna dare priorità alle innovazioni. “19 Crimes” fu il primo brand a usare la realtà aumentata (era il 2022, n.d.A.). Bisogna avere il coraggio di innovare, e accettare il rischio di fallire”. Successo commerciale (e di comunicazione) di quell’operazione a parte, secondo Noland l’AI può giocare un ruolo chiave perfino nella comunicazione interna all’azienda, e nella trasmissione di valori tra un settore e l’altro. Se l’AI ristretta (così chiamata perché è focalizzata solo su un compito alla volta) può rendere molte operazioni molto più efficienti e sicure per i lavoratori, una AI generativa (o GAI: generative artificial intelligence, tipo Chatgpt) è in grado di "immaginare" e "creare" senza la necessità di un input umano diretto e può assistere ciascun membro del team come se fosse un segretario personale. Chi diffida di queste innovazioni le percepisce come minacce (“saremo tutti rimpiazzati dalle macchine!”), altri parlano più genericamente di una “disumanizzazione” dei rapporti. Timori legittimi, ma infondati, ha spiegato Noland: “Non abbiamo adottato l’AI e le tecnologie autonome per rimpiazzare lavoratori - ha dichiarato il manager - I sistemi che possono fare il lavoro di alcuni dei nostri dipendenti hanno bisogno di persone che sappiano guidarli e gestirli”. L’elemento umano non potrà mai essere sostituito, se è in possesso delle competenze che servono per guidare le macchine.
Morale? “Accogliete le nuove tecnologie. Non sono il futuro. E’ l’adesso”.