Pubblicità

Questo blog aderisce al network di raccolta pubblicitaria VinoClic.

Novità! eBook!

Il mio primo eBook, ideato e scritto con Giampiero Nadali; un manuale digitale dedicato ai nuovi turisti del vino sempre più interattivi e digitali.
Leggi qui la scheda dell'eBook e tutte le informazioni per acquistarlo online.

Perché VinoPigro?

Perché il vino è un prodotto della natura. E la natura ha i suoi tempi. Non i nostri, sempre così affannati, nevrotici, insufficienti. Per fare un grande vino ci vuole tempo, per fare un bambino ci vuole tempo, per fare del pane (quello buono) ci vuole tempo, tempo... e tranquillità. Anche per scrivere ci vuole tempo, perciò non pensiate di trovare nuovi post ogni santo giorno. Prendetevi tempo per leggere queste pagine. E lasciatene un po’ anche a me: ad essere pigro non c’è solo il vino.

Collaborazioni

Columnist

eBook

Palate Press presenta l'eBook sul primo anno di attività. Oltre 100 diversi autori da tutto il mondo hanno contribuito con più di 800 storie sul vino, dalle semplici recensioni alle complesse discussioni sulla scienza del vino. L'eBook "The Best of the Press" raccoglie le storie più apprezzate dai lettori nel primo anno attività.
In vendita qui

Ultimi commenti
Twitter
« Are Asiatic women also part of the future of wine? | Main | Giornalisti (?) del vino et assimilati: conoscerli per... gestirli »
venerdì
apr302010

Ciò che le aziende chiedono al loro enologo

...o aspirante tale.

Dopo esserci occupati della difficile e sfaccettata arte del trattare i giornalisti (o sedicenti tali), oggi affrontiamo una figura-chiave dell'azienda produttrice di vino.

L'enologo.
Ancora una volta, lo spunto ci viene da un editoriale, quello che compare sul n. di aprile della rivista L'Enologo, "dal 1893 la voce della categoria".

L'editoriale, a firma del presidente nazionale di Assoenologi Giancarlo Prevarin, prende le mosse da un aggiornamento di una loro vecchia (2004) ricerca su "Cosa chiedono le imprese agli enologi che intendono asumere?".

Ebbene, sei anni fa come oggi, la stragrande maggioranza delle aziende chiede una preparazione di base valida, solida e adeguata ai tempi.

Che si tratti del vigneto, della cantina, del laboratorio enologico o dell'ufficio, così come del magazzino, un giovane enologo deve sempre sapere dove mettere le mani.

Non solo: il 35% dei produttori (o amministratori) intervistati ritiene determinante la conoscenza corretta di almeno una lingua (l'inglese, in genere), meglio se due (si prevede una crescita esponenziale di richieste di enologi sinofoni*), mentre il 60% esige che sappia usare il computer (nel 2004 era solo il 50%).
Ovviamente, se l'azienda che cerca l'enologo è di dimensioni medio-grandi, questo desiderio diventa un pre-requisito.

Ancora: come già nel 2004, il 10% delle imprese vorrebbe uno enologo specialista in particolari campi (quali, non è dato di sapere: chimica organica? viticoltura biodinamica? fisica dei flussi?). Tuttavia, in caso di precise esigenze, l'80% delle aziende intervistate ha affermato che non si rivolgerebbe ad un enologo, ma ad un professionista specializzato nel settore richiesto.

"Per contro - scrive Prevarin - in questo contesto, così come evidenziato sei anni fa, va detto che molti lamentano che spesso gli enologi sono plasmati sulla base delle discipline di insegnamento di cui l'università dispone. Così in alcuni casi l'enologo è un microbiologo, in altri un viticolo, un altri un chimico, mentre la richiesta è di un professionista che abbia una preparazione a 360 gradi sulle problematiche di base".

L'articolo prosegue con i dati sull'occupazione.
I quali, a dispetto della moda del vino tuttora imperante, non sono esaltanti. Nel 1980 gli enotecnici disoccupati (come allora ancora si chiamavano quanti uscivano dalle scuole specializzate) erano l'1% al Nord, e il 4% al Sud.

Oggi sono il 7% al Nord e il 13% al Sud (nel 2004 erano rispettivamente il 6% e il 9%).

Conclusione? Secondo Prevarin, "è assurdo che in Italia ci siano circa 20 Università con attivato il corso di laurea in viticoltura e enologia, perchè è inutile avere centri di formazione con insegnanti e strutture inadeguate".

Mi permetto di aggiungere: non c'è dubbio che sono gli Istituti Superiori di Enologia (Alba, Conegliano, San Michele all'Adige e simili) quelli più deputati a fornire quella preparazione teorico e (soprattutto) pratica che costituiscono le basi su cui cominciare a costruire la propria formazione. Le Università di enologia possono essere solo un (talvolta ricco) completamento e/o arricchimento di questi studi, non un'alternativa.

Allo stesso tempo, è addirittura pericoloso considerarsi arrivati una volta diplomati/laureati e (perfino) assunti: quella dell'enologo oggi è una delle professioni più complesse e ad alto tasso di innnovazione che esista.

Non si può, non si deve mai smettere di studiare e aggiornarsi.

E viaggiare. E assaggiare ( i vini degli altri).

Infine: è opportuno incoraggiare tanti giovani a intraprendere una professione per la quale gli spazi nel mercato dell'occupazione si riducono ogni anno di più?

*sinofoni: che parlano cinese.

Reader Comments (11)

Se è oppotuno incoraggiare? Dipende. Se siamo convinti che l'enologia italiana stia già dando il top, inutile incoraggiare. Altrimenti, incoraggiamo. Chi sa fare meglio il proprio mestiere emergerà. Chi non lo sa far bene, cambierà mestiere. L'agricoltura ha bisogno che le siano tornate tante braccia sin qui rubatele.
maggio 2, 2010 | Unregistered CommenterAngelo Peretti
Ammiro il tuo ottimismo, Angelo. Prova a dire ad un giovane enologo che già si vede in giacca e cravatta dietro la scrivana da dir.gen. di una azienda che, in realtà, il suo posto è in cantina, a tirar tubi e a travasare vasche, o in campagna, a bordo di un trattore...:P
maggio 2, 2010 | Unregistered CommenterLizzy
l'anno scorso ho assunto, e dopo poco purtroppo licenziato, prima uno e poi un altro giovani enologi. Tutti ragazzi che in teoria avrebbero almeno dovuto apprendere un metodo di lavoro, invece li ho trovati completamente inadeguati dal punto di vista teorico-pratico, ma qui non mi facevo aspettative, ma sopratutto dal punto di vista dell'attitudine al lavoro, all'organizzare il proprio e quello degli altri. Qui siamo veramente a zero, e ho l'impressione che le facolta' trascurino la formazione dell'uomo, al di la del tecnico, pressoche' completamente.Se uno non sa progettare, organizzare, comandare, ma come fa a lavorare?
maggio 3, 2010 | Unregistered Commentergianpaolo
@Gianpaolo, la capacità di lavorare in squadra o di coordinarne una non è specifica del mestiere dell'enologo, ma di molte altre professioni al giorno d'oggi, compresa quella del semplice maestro delle elementari. Il punto è un altro, e mi conferma quanto da tempo mi dicono molti amici produttori, e cioè che i giovani enologi non sembrano possedere i requisiti teorico-pratici necessari per svolgere il lavoro. Io trovo molto grave questa constatazione, equivale a dire che l'Università sforna fior di ignoranti, o di persone inadeguate a ricoprire il ruolo per cui hanno studiato...se così fosse, non bisognerebbe semplicemente limitare i corsi di laurea in enologia. Bisognerebbe chiuderli tutti. E rafforzare, piuttosto, gli istituti superiori di cui sopra.
maggio 3, 2010 | Unregistered CommenterLizzy
Io probabilmente ricercherei una persona preparata e pratica, ho conosciuto troppi enologi tanto fumo e poco arrosto. L'università come l'enologia forma una persona. Per diventare un vero enologo c'è bisogno di lavorare sporcandosi le mani e poi imparare dagli sbagli fatti.
maggio 4, 2010 | Unregistered CommenterLuca Ferraro
@Luca, è proprio questo il problema...troppi giovani pensano che lavorare in un'azienda sia una specie di incarico da impiegato, 8-17 da lunedì al venerdì. Di sporcarsi le mani non ne ha voglia nessuno o quasi. Pensa che quando è tempo di vendemmia, c'è chi protesta perchè alla domenica vorrebbe starsene a casa, anzichè andare nel campo, o in cantina, a controllare le fermentazioni...
maggio 4, 2010 | Unregistered CommenterLizzy
Questione di punti di vista Lizzy. Certo, sarebbe auspicabile che la scuola insegnasse anche le nozioni teoriche, e persino pratiche del lavoro. Ma su questo mi faccio poche illusioni, e comunque e' possibile affinare le conoscenza a posteriori, sul lavoro.Una cosa almeno mi aspetto, e' che la scuola insegni il metodo, il gruppo, come apprendere e mettere in pratica le nozioni, come riconoscere gli sbagli e come migliorarsi, e anche una certa etica del lavoro.Guarda che non e' una chimera, basta prendere unao stagista americano, inglese, australiano, magari non sanno nulla di quello specifico lavoro, ma sanno cosa e' il lavoro! Io infatti l'anno scorso, insieme agli sforunati enologi di cui sopra, avevo un ragazzino inglese, laureato in latino e linguna inglese, che si e' comportato dieci volte meglio in vendemmia.E' proprio una carenza tutta nostra, come scuola e forse anche come societa'.
maggio 4, 2010 | Unregistered Commentergianpaolo
Se è una carenza della società Gianpaolo, come temo anch'io, allora lo è di questa società, dei nostri tempi. Non voglio fare della retorica passatista, ma ci sono stati anni - decenni - nei quali a nessuno faceva paura il lavoro, anche quello manuale, perché ne andava di mezzo, se non la sopravvivenza, sicuramente buona parte del benessere proprio e della propria famiglia. Il problema di tanti dei nostri oggi, è che hanno, comunque, la pancia piena. Sempre. E che nessuno è più riuscito a trasmettere loro il significato di parole come "impegno", o "sacrificio". Non voglio fare la morale. E' solo una constatazione di fatti.
maggio 5, 2010 | Unregistered CommenterLizzy
leggendo queste righe mi viene in mente una domenica di ottobre di tanti anni fa.era il mio compleanno. lizzy mi fece chiamare da una radio locale per farmi gli auguri in diretta radio: io stavo sulle vasche a controllare le fermentazioni..........una vera scuola di vita anche fare l'enologo

maggio 6, 2010 | Unregistered Commenterabele
@Ricordo bene anch'io quel tuo compleanno, caro Abele! Feci un figurone. I conduttori della trasmissione non credevano che ti avrebbero trovato al lavoro. Altra scuola, la tua.
maggio 6, 2010 | Unregistered CommenterLizzy
Kellermeister ( maestro di cantina) non avevo ancora finito le scuole,l'estate sono stato a lavorare in una Cantina, entusiasmo alle stelle, primo lavoro, mi hanno dato una spazzola d'acciaio un raschietto e sotto a togliere ruggine ad una pressa idraulica, poi minio, 2° lavoro, allora ero magro infilato in una botte a togliere il tartaro.finite le scuole tre anni come operaio poi ho iniziato a fare l'Enologo fino ad arrivare a fare il direttore tecnico in una grande Cantina.Grazie forse al primo lavoro.
maggio 7, 2010 | Unregistered Commenterpaolo menapace

PostPost a New Comment

Enter your information below to add a new comment.

My response is on my own website »
Author Email (optional):
Author URL (optional):
Post:
 
Some HTML allowed: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <code> <em> <i> <strike> <strong>